Covid: la testimonianza dell’infermiera Monica Tesi

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Il messaggio letto dall’infermiera del pronto soccorso del San Jacopo di Pistoia,  in occasione dell’evento di Opi Firenze-Pistoia “Ho vissuto il Covid. Chi ero? Chi sono?“

LA VOLONTÀ DI NON ESSERE EROI. Questo è ciò che sono.

Io sono Monica, infermiera, ho alle spalle 30 anni di servizio, sono nata come infermiera di chirurgia, quando l’assistenza era il fulcro del nostro lavoro, poi sono diventata infermiera di PS: il mio mondo è diventato questo. Essere infermiera d’urgenza è sempre stato il mio obiettivo, amo il mio lavoro tutto ciò che volevo professionalmente essere sono riuscita a realizzarlo. Non è mai stato “facile”: essere infermiere non è mai “facile”, essere infermiere d’urgenza lo è ancora meno. Ogni volta che entravo in servizio, non sapevo cosa poteva succedere, ho visto morire persone che non dovevano, ho aiutato a salvarne altre, ho pianto e riso insieme a loro, insieme ai miei colleghi. Il PS è fatto di persone, di storie, di vite, lavoriamo insieme per salvare altre persone e questo ci unisce molto.

Comunque ero sempre là, nel mio “ luogo” ed è più che dire che io lavoro come Infermiere al PS.

MA POI È CAMBIATO TUTTO.

È arrivato lui: il Covid.

Siamo diventati eroi, mio malgrado.

E chi se lo aspettava, io ero un’infermiera, una moglie, una mamma, io salvavo vite, erano questi i miei binari, mi davano stabilità.

Ma all’improvviso sono stata catapultata in un mondo che non conoscevo… Un giorno mi sono alzata, sono andata a lavoro e non sapevo più chi ero e cosa facevo: il mio luogo non c’era più, adesso c’era una guerra, nuove strategie, nuovi strumenti, io dovevo combattere, senza sapere che armi avevo.

 AVEVO PAURA, sì avevo paura per me e per la mia famiglia, chi di noi non l’ha provata quella sensazione? Ma è questa paura che mi ha spronato a reagire, a non fermarmi, ad adeguarmi. A volte, ancora adesso, mi stupisco a ripensare a ciò che ho vissuto.

In un primo tempo essere chiamata  “eroe”, mi ha gratificato, ne avevo bisogno, perché in qualche modo mi veniva riconosciuto un ruolo, una posizione: non era fatica sprecata tutta  la mia conoscenza, la mia esperienza, l’energia, il tempo, il cuore che stavo investendo: mi sentivo impotente e la potenza che riuscivo a trovare era data dalla fiducia che gli altri investivano in me, che credevano in me… E per questo non posso far altro che ringraziare.

Poi… tempo, avevamo bisogno di tempo… la possibilità di averlo… ci ha curato, ci ha guarito ci ha dato la conoscenza e gli strumenti, ci ha reso stabili e ci ha permesso di sognare la normalità… essere eroe è un lavoro  faticoso, che ti lascia solo a rispecchiarti nelle aspettative degli altri, io ri-volevo la mia normalità: io sono un’infermiera, non un eroe, il mio lavoro  è salvare vite e questo non è mai cambiato e per questo, sono stata la prima del mio reparto, quel 27/12/2020, a sottopormi alla vaccinazione; l’ho fatto con la coscienza che il vaccino potesse essere la soluzione. Ci ho creduto e ci credo.

E adesso sono qui con voi perché ho creduto in questo, siamo qui perché abbiamo creduto a questo.

Essere infermiera oggi per me è avere 2 anni di una guerra alle spalle: un’infermiera è avere  conoscenza, capacità, competenza, cuore, per questo lavoro: non dare niente per scontato. Sono diversa, lo devo a me stessa, perché io ho visto, e questo mi ha reso più fragile ma anche migliore.

SONO STATA UN INGRANAGGIO DELLA CATENA CHE CI STA PORTANDO ALLA NORMALITÀ.

IO SONO UN’INFERMIERA e sono orgogliosa di aver scelto questa professione, il mondo oggi è così perché io, noi, abbiamo scelto di essere infermieri, gli eroi sono altri, noi siamo  infermieri che cercano gli strumenti per salvare vite.