Infermiere dirigente: attualità e prospettive di futuro (tra formazione e retribuzione)

0
367
Giovanni Becattini, coordinatore della Società Italiana per la Direzione ed il Management delle professioni Infermieristiche
Giovanni Becattini, coordinatore della Società Italiana per la Direzione ed il Management delle professioni Infermieristiche

Il punto di Giovanni Becattini, coordinatore della Società Italiana per la Direzione ed il Management delle professioni Infermieristiche

Chi è l’infermiere dirigente? Quali sono i requisiti necessari per ambire a questo ruolo? Quali sono le aspettative e quali le prospettive? Questi temi saranno al centro del congresso regionale SIDMI Toscana che si terrà a Empoli domani, 13 maggio. In vista di tale evento abbiamo intervistato Giovanni Becattini, coordinatore SIDMI Toscana.

Quanti sono gli infermieri dirigenti in Toscana?

«A conferma del valore riconosciuto alla funzione, il numero è cresciuto negli ultimi anni, passando da 20 nel 2015 ai circa 60 di oggi: un aumento del 300%. Ci collochiamo tra i numeri più alti, rispetto alla media nazionale, insieme a poche altre regioni».

Un risultato arrivato con la delibera 441 del 10 maggio 2016?

«Si, tale delibera a tutt’oggi è un unicum a livello nazionale, definisce uno standard e ci ha posti sicuramente all’avanguardia, magari ottenerne una analoga per il personale di assistenza. Approvando le aziende di grandi dimensioni il legislatore regionale attraverso questa norma ha inteso migliorare il management aziendale e ci ha consentito di distribuire gli infermieri dirigenti in modo omogeneo nelle aziende, anche se la pandemia ha rallentato questo processo. L’infermiere dirigente si è dimostrato un importante middle manager, oggetto di pressioni dall’alto e dal basso ».

Cosa manca?

«Manca adeguare il numero nelle AOU e fare un salto di qualità che può avvenire solo attraverso la nomina di dirigenti infermieri con responsabilità clinico-assistenziali, alla stregua dei “primari”. Stiamo attendendo che negli ospedali di comunità ed in tutte le situazioni dove la care è prevalente alla cure l’infermiere possa averne la responsabilità; in pratica  effettuare la visita ai pazienti ricoverati o agli assistiti a domicilio e definire il percorso. Occorre una prospettiva diversa, dunque. Una carriera infermieristico dirigenziale che sia in prospettiva orizzontale e non solo verticale».

Come ci si arriva?

«Sviluppando competenze sulla presa in cura delle persone, adeguando il percorso di studi magistrali anche in ambito clinico assistenziale. L’infermiere dirigente potrebbe seguire senza problemi casi in cui è pienamente competente, e non sono pochi. Per fare un esempio fra tutti, pensiamo alle persone con lesione cutanee».

Esiste una formazione ad hoc?

«Per poter diventare infermiere dirigente è necessaria la laurea magistrale in scienze infermieristiche ed un concorso ad hoc. La carriera organizzativa inizia coi master per il coordinamento, ma abbiamo bisogno di caratterizzare meglio il ruolo dirigenziale con percorsi di alta formazione. Durante la pandemia gli infermieri dirigenti sono intervenuti garantendo un’appropriatezza quantitativa e qualitativa di intervento. Questo contribuito è stato decisivo non bisogna dimenticarlo. E farne valore per evitare di farsi trovare impreparati in futuro».

Lo stipendio degli infermieri dirigenti è appropriato al ruolo che svolgono?

«Va detto che un dirigente di prima nomina non fa un salto economico significativo, che invece avviene con l’incarico di struttura complessa. E’ incomprensibile che a noi non venga tuttora riconosciuta l’indennità di esclusiva come accade invece per i medici o per i dirigenti dei Ministeri. In ogni caso, la priorità resta far aumentare lo stipendio degli infermieri, ancora troppo basso».

Alessandra Ricco