L’assistenza infermieristica al paziente transgender: indagine conoscitiva

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A cura di:
Daiana Rossi, Infermiera, Casa Di Riposo G. Meacci – Santa Croce Sull’Arno (PI)
Francesca Vacchina, Infermiera, Usl Toscana Centro – Empoli (FI)

Dalla seconda metà del secolo scorso si è cominciato a discutere di sesso e genere cercando di distinguere i due concetti: il termine genere viene utilizzato per indicare l’identità e il ruolo di una persona, mettendolo in relazione con le categorie di maschile e femminile, mentre il sesso, per ciascun individuo, è assegnato alla nascita in base alle caratteristiche degli organi genitali. Il genere, quindi, è qualcosa che la persona arriva a comprendere di sé stesso nel corso della crescita psicologica e biologica (Lingiardi, 2016).

La persona che manifesta un’incongruenza di genere e vuole cambiare sesso motiva il suo progetto di vita partendo da un malessere interiore, che consiste nel non sentirsi bene nel proprio corpo e sesso. Queste sono condizioni che rendono incompatibile la vita ordinaria con le caratteristiche fisiche e sessuali di cui dispone e con le quali si relaziona con il mondo.
Sapersi orientare nell’ambito della terminologia legata alle sessualità non è semplice: un buon punto di partenza può essere quello di definire l’identità sessuale come una identità multidimensionale, ovvero il risultato della combinazione tra quattro fattori principali definiti psicosessuali: il sesso, l’identità di genere, il ruolo di genere e l’orientamento sessuale.
L’identità di genere non è direttamente collegata con l’orientamento sessuale: ciò significa che una persona transessuale potrebbe identificarsi come eterosessuale, omosessuale, bisessuale o decidere di non applicare nessuna etichetta al proprio orientamento sessuale o alla propria identità di genere (Di Gregorio, 2019). Questa definizione ci fornisce gli strumenti teorici per avvicinarsi all’argomento che sarà oggetto di discussione di questo articolo.
Con il termine transgender (Di Gregorio, 2019) si indicano le persone che non confermano gli atteggiamenti tradizionali legati al genere, non si riconoscono nel sesso assegnato alla nascita e si identificano perciò in un genere che non corrisponde al proprio sentire interiore ma nel quale si sentono rappresentati per la propria ideologia.

Il transessuale è invece colui che ha già avviato un percorso di trasformazione delle proprie caratteristiche fisiche e sessuali. Esso rimanda, cioè, a tutte quelle persone che non solo non si conformano alla propria identità di genere, ma non vogliono vivere con le proprie caratteristiche sessuali biologiche e perciò desiderano procedere con cure ormonali e interventi chirurgici (Di Gregorio, 2019).

Quando  però  l’incongruenza  tra  la propria  identità  di  genere  e  il  genere assegnato  alla  nascita  si  accompagna  a  sofferenza,  malessere  e  stress,  si  parla  di  disforia  di  genere. Il termine disforia  sta a indicare la difficoltà  di  sopportare  (dal  greco  dys,  male  +  phérein,  sopportare) una condizione che non si riconosce come propria. Questa dizione ha  sostituito quella del 2013  di disturbi  dell’identità  di  genere: in pratica si preferisce oggi  porre l’attenzione  non tanto  sull’incongruenza  esistente  tra sesso  biologico  e  identità  di  genere, quanto  sul  distress  percepito. Quella che accompagna  tale discrepanza è in effetti una condizione emotiva complessa.

La cultura alla quale apparteniamo cerca di ottenere da parte dei due sessi convenzionali il comportamento più adeguato ai valori e alle attitudini che si sono conservate e tramandate. Questi sono degli stereotipi sul genere che si propagano nel tempo, condizionando le scelte della persona su qualsiasi fronte.

Se ne deduce che la società contemporanea, seppur più evoluta e rispettosa nei confronti delle differenze sessuali e di genere, produca un meccanismo socioculturale che conforma la sessualità degli individui al binarismo dei sessi e tende ad escludere le minoranze. Si può partire da un esempio molto semplice: la distinzione netta tra giocattoli per bambini e giocattoli per bambine.

Indipendentemente dal sesso di nascita, la società contemporanea sta ricevendo il contributo e la riflessione di gruppi di attivisti, al fine di diventare più rispettosa nei confronti delle minoranze e di restituire al soggetto la possibilità di svilupparsi nel modo più ottimale possibile.
Nonostante negli ultimi anni la visibilità e l’emancipazione di tale minoranza sia notevolmente aumentata, non ha posto fine alle discriminazioni presenti anche nel campo della salute; si è perciò ritenuto opportuno sondare le conoscenze attuali degli infermieri sul tema.

 

Infermieri e assistiti transgender

L’obiettivo di questo studio è stato quello di approfondire quanto gli infermieri conoscono sulla identificazione di genere, al fine di rispettare la persona così come afferma sia il nostro Codice Deontologico che la disciplina. Vista la scarsa letteratura infermieristica reperibile sul transgenderismo, è stata svolta un’indagine rivolta agli infermieri, andando ad effettuare domande inerenti il loro approccio durante l’assistenza al paziente transgender.

Lo studio si è avvalso di un questionario composto da 16 domande tra aperte e chiuse, diffuso  tramite la piattaforma Google Moduli. Il questionario è stato messo a disposizione degli infermieri attraverso alcuni social network: Facebook, Instagram, YouTube, Linkedin, WhatsApp e Telegram. Questo ha permesso di raggiungere molti più infermieri e di ricevere maggiori riscontri e punti di vista, aspetto essenziale per questo tipo di studio in particolare.

Il questionario è stato disponibile dal 12 Agosto 2021 al 14 Ottobre 2021 e sono state ottenute un totale di 274 risposte.


Risultati

Dei 274 rispondenti, il 79,2% sono femmine, mentre il restante 20,8% sono maschi. L’età media dei rispondenti è 35 anni, provenienti da tutta Italia.

Durante la stesura del questionario, si è caduti nel pregiudizio stesso del binarismo: infatti le opzioni messe a disposizione erano solamente maschio o femmina, escludendo quindi chi non si sente rappresentato da questi due generi. Gli autori dello studio riconoscono quindi la non inclusività del questionario.

Accertando la conoscenza del termine disforia di genere, l’11,3% dei rispondenti dichiara di non averne mai sentito parlare, mentre l’88,7% afferma si esserne a conoscenza (Fig. 1).

Figura 1 – Dove ha sentito parlare di disforia di genere?

L’88,7% che ha risposto affermativamente sulla disforia di genere dichiara di averne sentito parlare su Internet e sui vari Social Network. Solamente il 12% ha trattato l’argomento nel proprio percorso di studi universitario e nel corso di eventi correlati alla formazione permanente ECM. Si è poi indagato quale fosse la definizione di disforia di genere che ritenevano giusta: il 77,4% dei rispondenti ha saputo identificare la definizione corretta (Dissonanza tra il sesso biologico della persona e la cognizione, da parte della stessa, di appartenere a un certo sesso), diversamente dal restante 22% circa.

Il percorso di transizione prevede un sostegno psicologico, eventuali interventi fisici e il percorso legale e burocratico; al termine di questa transizione il soggetto può smettere di affermarsi secondo il ruolo di genere relativo al sesso biologico, per arrivare ad appropriarsi  del genere in cui si identifica. Il 42% dei rispondenti non ne è a conoscenza (Fig. 2).

Figura 2 –  Ricorso ad interventi fisici o transizione medica per il cambio di sesso

 

Successivamente si è indagato se vi fossero conoscenze adeguate sul percorso di cambio di sesso, verificando quanti indicassero la chirurgia necessaria a questo proposito: il 51,8% dei rispondenti non ne è a conoscenza.

La grande maggioranza (81,8%) dichiara che non esistono o di non essere a conoscenza di servizi o percorsi specifici inerenti al processo di transizione nella propria ASL di appartenenza (Fig. 3).

Figura 3 – Conoscenza dei servizi o percorsi specifici inerenti al processo di transizione nella propria ASL di appartenenza

 

Nella domanda aperta “Trova difficoltà nel chiamare il paziente transgender con il nome desiderato rispetto a quello biologico?” il 71,5% dichiara di non avere alcuna difficoltà nel chiamare la persona con il nome\pronome desiderato. Circa il 12% dichiara però di avere una moderata o grave difficoltà nel chiamare la persona con il nome\pronomedesiderato.
Nella domanda successiva “Trova difficoltà nell’assegnare ad un paziente transgender la stanza di degenza ospedaliera più idonea?” il 44,2% non mostra alcuna difficoltà nell’assegnare ad un paziente transgender la stanza di degenza ospedaliera più idonea, mentre la maggior parte dei rispondenti sì.

Il 71,2% dei rispondenti afferma che un percorso multidisciplinare, in cui ogni figura professionale persegue in collaborazione con l’altra gli obiettivi terapeutici dell’assistito, risulta utile (Fig. 4). La restante parte dichiara sia inutile o poco utile. Solamente il 5,5% dei rispondenti reputano poco importante la figura dell’infermiere, mentre il 94,5% ha confermato l’utilità dell’infermiere nel percorso di transizione.

Figura 4 – Utilità di un percorso multidisciplinare

 

Conclusioni

Dallo studio è emerso che la maggior parte dei professionisti sanitari ha una scarsa
conoscenza del significato di disforia di genere e anche del percorso di transizione stesso. Poiché gli infermieri che hanno risposto al questionario online hanno mostrato interesse sull’argomento, sarebbe opportuno che durante il percorso universitario si trattasse tale tematica in maniera più approfondita e con l’aiuto di specialisti. In base a quanto emerso dal questionario si può suggerire una rivisitazione dell’insegnamento di Antropologia Culturale all’interno del CdL in Infermieristica e a percorsi di formazione permanente che facciano luce sul transgender come soggetti e pazienti fragili.

Inoltre è emersa la fondamentale importanza del team multidisciplinare: all’interno di questo, ognuno ha il proprio ruolo e la propria competenza, ma la sinergia è sicuramente l’aspetto vincente. In questo gruppo di professionisti, la figura dell’infermiere è certamente di rilievo, anche se non tutti i soggetti rispondenti riescono oggi a identificarne l’importanza. E’ utile quindi ricordare agli stessi infermieri questa loro particolare posizione di prossimità verso l’assistito, quindi anche per il trasngender: probabilmente l’infermiere non è da subito riconosciuto come accompagnatore, in quanto risulta secondario alla figura dello psicologo e del chirurgo, che il paziente identifica come protagonisti essenziali del suo percorso.

La figura infermieristica riveste comunque una centralità particolare, in quanto in grado di affiancare l’assistito nel suo percorso terapeutico-assistenziale, in questo caso più che mai lungo e complesso. Soprattutto potrà essergli vicino nei cambiamenti che interverranno nella vita quotidiana e nei passaggi fondamentali: sappiamo quanto raggiungere l’identità in cui ci si è sempre riconosciuti sia per un transgender l’obiettivo di una vita, ma conosciamo anche la difficoltà, la paura, la conflittualità che si annida in questo cammino. L’accompagnamento dell’infermiere potrà essere realizzato attraverso l’ascolto attivo, il counselling e la medicina narrativa, ovvero competenze vecchie e nuove che possono sommarsi nel nostro agire quotidiano per offrire un’assistenza a misura della vicenda umana di un transgender.

Tra i ruoli che ha l’infermiere c’è sicuramente non solo quello verso il singolo, ma anche quello verso la famiglia e la comunità: pensiamo per esempio agli adolescenti e ai genitori che si avvino alla comprensione dei problemi del figlio quando questi non si riconosce negli atteggiamenti e scelte attesi da lui. Ricordiamo quindi che sia l’infermiere pediatrico che quello generalista possono offrire molto ai primi momenti di difficoltà di giovani, adolescenti, famiglie, ma anche a far progredire nella cultura di una comunità la non discriminazione, il rispetto di tutti i modi di essere, l’inclusività.

Un grande lavoro che aspetta tutta la nostra società, e a cui l’infermiere può fortemente contribuire, partendo da subito: quella inclusività di cui si parlava sopra inizia proprio dal linguaggio, dai termini utilizzati per essere rispettosi di ogni modalità di rappresentarsi, dimostrando quello che i valori infermieristici professano, ovvero il rispetto per l’altro così come è, senza forme di giudizio.

 

 

 

 

Bibliografia e  Sitografia

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