Transcultural nursing: ecco il progetto delle infermiere Serena Tucci e Lisa Vezzosi

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Quando conoscere la cultura dei pazienti diventa parte integrante della pratica infermieristica

La comprensione del mondo culturale del paziente non è solo premessa per l’intervento, ma anche una guida per ogni sua fase di attuazione e decisione. È su questi presupposti che si basa il “transcultural nursing”. A spiegarlo sono Serena Tucci, infermiera presso l’Usl Toscana Centro di Pistoia, e Lisa Vezzosi, infermiera nel reparto di medicina dell’ospedale di Careggi. Le due professioniste hanno trasformato in parte integrante del loro lavoro quotidiano non solo l’assistenza infermieristica, ma anche l’esame di tutti i fattori che influenzano l’assistenza alla persona, quali la visione del mondo, la struttura sociale, la lingua, la storia etnica e il contesto ambientale, l’assistenza generica e professionale. Da questa esperienza è nato un progetto a tema “Transculturalità nella pratica infermieristica”, ideato in collaborazione con la professoressa Antonella Mannini dell’Università degli Studi di Firenze, presentato a fine ottobre durante un convegno in New Mexico sulla transculturalità dell’infermiere promotore di diritti umani.«Sono infermiera da quattro anni – racconta Serena Tucci che si è laureata con una tesi dal titolo “Cure infermieristiche e accoglienza: uno studio qualitativo sulla percezione dei pazienti ricoverati” -. Il mio obbiettivo primario è migliorare l’agire quotidiano e l’assistenza nella pratica infermieristica. Lisa è partita dall’osservazione della società, io invece della multiculturalità all’interno delle strutture ospedaliere. Nessuna cultura è uguale all’altra: sta al professionista saper rispettare il paziente e agire di conseguenza. Nello stesso codice deontologico dell’infermiere, all’articolo 7, c’è declamato il rispetto dei diritti dell’uomo nella multiculturalità. In Italia – prosegue – stiamo affrontando il processo di multiculturalità solo da alcuni decenni, molto meno rispetto ad altri Paesi. Dal canto nostro, dunque, puntiamo a portare avanti il progetto anche nei prossimi anni, divulgandolo il più possibile, non solo nel percorso di studi triennale. Nel 2022 probabilmente terremo un corso di Opi Firenze-Pistoia incentrato sul nostro progetto e proporremo un questionario agli iscritti sulla conoscenza di queste tematiche e quanto possono suscitare interesse».

Lo stesso Donald Alan Schön nel suo “Il professionista riflessivo. Per una nuova epistemologia della pratica professionale” afferma: “Quando il professionista riflette nel corso dell’azione, diventa un ricercatore operante nel contesto della pratica e costruisce una nuova teoria del caso unica. Egli non tiene separati i fini dai mezzi, ma li definisce in modo interattivo”.

«La teoria di Schön – dice Lisa Vezzosi -, è fondamentale per l’infermiere, che diviene un vero ricercatore di soluzioni, idee e gestione ottimale delle risorse. Una gestione che si impara però sia sul campo che dagli anni di formazione».

Serena Tucci prima di ricoprire il ruolo di infermiera a Careggi, nel reparto di Medicina, ha lavorato per dieci anni come Oss nel preparto malattie infettive all’ospedale di Pistoia. «Tra i pazienti di quel reparto molti non erano italiani – dice -. In quella situazione ho imparato a osservare come interpretavano la malattia o come la loro famiglia viveva la relativa preoccupazione. Una delle persone in cura, un uomo di 39 anni di origine asiatica, residente da dieci anni nel nostro Paese mi disse una frase sull’assistenza ricevuta che mi fa riflettere tutt’oggi. L’ho anche riportata nella mia tesi di laurea: “Peccato per le barriere linguistiche e la mancanza di mediatori perché altrimenti sarebbe stata perfetta”».

«Ho partecipato a una missione umanitaria in Tanzania nel 2017 – racconta Lisa Vezzosi – e proprio da uno studio fatto nel villaggio sulla sanità lì presente e il potenziale vantaggio di uno scambio di infermieri tra Italia e Tanzania per confronto di professionalità e bagagli culturali del posto, è partita la stesura della mia tesi di laurea. Anche a Careggi i pazienti provengono da ogni parte del mondo, cerco di stare attenta alla loro cultura, mi piace cercare di instaurare un rapporto con loro che non si limita alla mera somministrazione della terapia. È importante – conclude – ritagliarsi tempo per conoscere la sua storia ed è fondamentale spiegare al paziente passo passo cosa andiamo a fare perché anche un prelievo del sangue, per chi proviene da Paesi dove i bimbi sono ancora malnutriti o dove i disabili non hanno cura e carrozzine, può essere una novità incomprensibile».

Alessandra Ricco