Pari opportunità, come agire nel modo migliore? Dialogo con la psichiatra Gemma Brandi

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Dopo il convegno “Volere e (è) potere – Self empowerment 2021” promosso dal Comitato Pari Opportunità inter-ordinistico “Insiemeperleprofessioni” della provincia di Firenze, abbiamo approfondito con Gemma Brandi, psichiatra, il tema dei divari di genere e di come si possa insegnare a rispettare gli altri, la diversità, partendo proprio dai più piccoli. «I genitori – dice – dovrebbero essere più informati sui valori che hanno le credenze nei loro bambini».

Cos’è la self efficacy?

 «Self efficacy, cioè la formula usata da Albert Bandura, fondatore del cognitivismo, identifica la capacità di essere efficaci a favore di se stessi. Secondo lo studioso, deriva dal fatto di superare delle paure attraverso degli strumenti cognitivistici. Questo superamento delle paure rende la persona più coraggiosa nell’affrontare i vari passi della vita e le permette di avere una maggiore efficacia esistenziale. Così, il soggetto non supera solo quella paura ma acquisisce una maggiore capacità di vivere con coraggio la sua vita».

Che rapporto c’è fra pari opportunità ed empowerment?

«L’empowerment è la base delle pari opportunità, che tendono a costruire un sistema di opportunità equilibrate, ed è alla base del rafforzamento di chi ha bisogno di essere sostenuto. È una misura che permette anche a chi da solo non potrebbe ottenere certi risultati, di riuscire a raggiungerli. L’empowerment è utile dove ci sono opportunità non pari. Serve forza per riconoscere se stessi senza essere riconosciuti, per questo è importante la scuola, intesa anche come luogo dove si impara a riconoscere se stessi attraverso il riconoscimento degli altri. Se a scuola si vuole scommettere sull’empowerment, basta indicare ai bambini cosa fanno bene prima di cosa sbagliano, facendo leva su questo».

Cosa bisogna fare per aiutare le nuove generazioni nel contesto delle pari opportunità?

«È importante rispettare cosa dicono e pensano i bambini, anche se sono errori, perché le pari opportunità nascono anche dal credere in sé.  Se una persona crede in sé anche se il mondo ostacola il suo procedere, combatterà per quello in cui crede. Bisogna quindi rispettare il pensiero dei bambini, le loro teorie, anche se assurde e bislacche, anche se sembrano discorsi astrusi. La scuola indubbiamente può fare un gran lavoro, appassionando i bambini al sapere. Questo non vuol dire sacrificare chi ha grandi capacità per livellare verso il basso, ma far usare degli strumenti e approcci adeguati che aiutino soprattutto i bambini con difficoltà maggiori. Si possono fare cose straordinarie per fare emergere quello che c’è di creativo e di costruttivo in tutti, anche facendo scoprire a ciascuno la propria vena creativa. È un lavoro di pari opportunità: i bambini che credono più in se stessi avranno un percorso più facile nella loro vita».

Che valore hanno le parole nel contesto delle pari opportunità? Come vengono vissute a livello linguistico le discrepanze?

«Le parole hanno un valore straordinario. “Noi facciamo avvenire quello che diciamo” diceva don Milani. Le parole hanno un potere straordinario perché fanno “divenire” il mondo. Ma quando si ha un “diverbio linguistico” come nel caso di avvocato/avvocata, si sposta l’attenzione. Si parla poco di cose sostanziali, di stipendi, e lo trovo indecente. Io parlerei delle cose vere e più gravi, come il fatto che due professionisti abbiano stipendi differenti perché di sesso diverso. Sono cose di un’ingiustizia insopportabile. Dovendo aggiustare le cose, io partirei da questo. Poi direi anche che noi ci chiamiamo dottore o dottoressa per la derivazione antica delle parole che ci qualificano. Possiamo anche cambiare il mondo ma leonessa non sarà mai “leona”, almeno per me. E io mi chiamerò dottoressa e non dottora. C’è poi un problema nel reclutamento dei ruoli. Se i criteri restano quelli basati sul potere, inteso come supremazia squalificata e squalificante, non è importante se sono state nominate delle donne. Saranno infatti nominate donne che stanno in questa cornice, che hanno questi requisiti. Non è importante per me che ci siano tanti uomini quante donne, ma che siano cambiati i criteri di reclutamento: se sono basati sulla qualità ci saranno sicuramente molte più donne, che hanno sempre fatto uno sforzo qualitativo maggiore. E bisognerebbe invitare gli uomini a diventare “avvocatessi”, in questo senso, a cercare di essere all’altezza delle performance qualitative delle donne. È molto più maschile l’idea di potere come supremazia, e deve cambiare».

A livello psicologico come sono vissute queste differenze di genere?

«Bisogna allevare i bambini e le bambine prima di tutto come persone, senza distinzione, senza differenza di genere, anche andando oltre la concezione binaria. Bisogna andare verso una potenzialità. Oggi poi ci sono più generi: bisogna far sì che tutti stiano a proprio agio in quello in cui si identificano. I tempi sono cambiati, occorrerebbe aggiornarsi, andare oltre».

Come si può arrivare a una situazione di equilibrio nelle pari opportunità?

«Educando persone, appunto, perché sono le persone che contano. I bambini devono poter scegliere, noi dobbiamo pensare all’inclinazione più che a creare costrutti preordinati. Bisogna dunque parlare di persone e non uomini e donne. Biologicamente siamo diversi ma a livello psicologico e come persone siamo simili».

Margherita Barzagli