«Responsabilità e autonomia professionale richiedono un percorso formativo specialistico che passi dalle lauree magistrali»

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Così Valerio Dimonte, professore ordinario in Scienze infermieristiche generali, cliniche e pediatriche all’Università di Torino, commenta la legge 251

«La specializzazione infermieristica è la principale criticità di questa riforma». Sono queste le parole con cui Valerio Dimonte commenta la legge 251/00. «È il principale nodo irrisolto di tale misura – prosegue -. Nella Legge 251 si parla di autonomia professionale, dopo che la parola “responsabilità” era già stata introdotta nel 1994 nel decreto ministeriale che va a istituire il profilo professionale dell’infermiere. Nel profilo professionale è riconosciuta una responsabilità che spazia a 360 gradi dalla promozione della salute, alla prevenzione, alla cura, alla riabilitazione fino alle cure palliative, con interventi di natura tecnica, relazionale ed educativa. Significa che l’infermiere può esercitare la sua professione dalla geriatria alla pediatria, dalla medicina alla chirurgia, dalle cure primarie alle cure specialistiche, dalla neurochirurgia alla psichiatria, con ampio margine: una grande potenzialità ma anche un grande limite con il sistema formativo attualmente esistente».

Valerio Dimonte è professore ordinario in Scienze infermieristiche generali, cliniche e pediatriche all’Università di Torino, dopo aver iniziato questa professione nel 1978 come infermiere generico. «Sono passato per vari gradi di questo lavoro – racconta – dall’assistenza generica a quella professionale, al ruolo di caposala, fino all’insegnamento, prima nel SSN, poi in università; percorso che mi ha portato oggi a essere presidente del corso di laurea magistrale in Scienze infermieristiche e ostetriche all’Università di Torino».

Valerio Dimonte in occasione della Giornata dell’infermiere è intervenuto all’evento organizzato da Opi Firenze-Pistoia sul tema «La L.251/00 e la formazione in ambito accademico; gli eventuali riscontri delle discontinuità e il percorso verso il 2030».

«Senza una formazione complementare post base questa autonomia non può essere piena – dichiara Valerio Dimonte -. Le altre professioni agiscono in un campo circoscritto, l’infermiere no, per cui la sola formazione di base non può essere sufficiente. È vero che sono previste anche le specializzazioni successive alla formazione di base, ma non sono obbligatorie. Questa è una grande mancanza nella nostra professione, perché l’infermiere con la sola formazione triennale si assume grandi responsabilità in tanti ambiti diversi. Il problema non è stato risolto – puntualizza – né con la 251 e neanche con la legge 43 del 2006, che articola sì le professioni al loro interno in professionisti (con laurea triennale) e professionisti specialisti (con master specialistico), però senza una obbligatorietà applicativa delle competenze acquisite. L’infermiere, invece, deve vedere riconosciute formalmente queste eventuali competenze specialistiche, visto che se ne deve assumere la piena responsabilità».

E allora qual è la soluzione per sbloccare questa situazione? Dimonte suggerisce una linea. «Non possiamo immaginarci che tutti i 400mila infermieri d’Italia siano specializzati in ogni ambito dove operano, ma basterebbe già stabilire che una quota degli infermieri abbia determinate competenze per quel dato reparto (es: almeno tre infermieri su dieci, ma dipenderà dal tipo di servizio). E ancora – conclude – la vera specializzazione deve passare dalle lauree magistrali. Il master di primo livello può offrire competenze specifiche e circoscritte, ma per la presa in carico responsabile delle persone di cui ci si prende cura, c’è bisogno della laurea specialistica, non solo per ricoprire ruoli manageriali, ma per assumersi responsabilità piene dal punto di vista clinico assistenziale».

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