PNRR tra progettualità e astrazione: l’analisi di Costanza Bruschi

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di Costanza Bruschi, infermiera e linguista

In un articolo pubblicato su Quotidiano Sanità, Ivan Cavicchi riferendosi alla “Missione 5” ed alla “Missione 6” del Piano Nazionale Resistenza e Resilienza, ha espresso le proprie perplessità in particolare su quanto esposto nella “Missione 5”, intravedendo in essa scenari in cui l’assistenza all’anziano non autosufficiente ed alla persona disabile potrebbe essere appaltata de facto al terzo settore per la riforma del quale, si dichiara nel Piano stesso, ancora non vi sono «importanti decreti attuativi».

Nel successivo articolo di Claudio Maria Maffei, sempre su Quotidiano Sanità, si leggono riflessioni soprattutto sul programma esposto nella “Missione 6”: vi sono «lacune/incoerenze» afferma Maffei, l’impianto di tutta la Missione 6 è «tecnicamente ‘debole’» ed egli auspica quindi «che ci sia dentro il Servizio Sanitario Nazionale una Scuola Superiore di Sanità Pubblica che renda eventuali futuri PNRR più completi e coerenti. In poche parole, fatti meglio».

Leggendo le “M 5/6” sembra di trovarsi di fronte ad un elenco di auspici, progetti non progettati, ipotesi ed attese: nella “Missione 5” il solo ribadire l’assenza di «importanti decreti attuativi» (come opportunamente evidenziato nel citato articolo di Cavicchi) trasmette un senso di smarrimento e disagio poiché appare sottointeso un futuro della pubblica sanità e delle politiche sociali sospeso ed indefinito volutamente.

La “Missione 6” verte su due obiettivi principali da raggiungere: da una parte l’implementazione della rete sanitaria territoriale e, da un’altra, lo sviluppo di ulteriori tecnologie.

Si nominano così «standard qualitativi di cura adeguati» che il Paese dovrà conseguire, «definizione di standard strutturali, organizzativi e tecnologici omogenei per l’assistenza territoriale», «il progetto di realizzare la Casa della Comunità che consente di potenziare e riorganizzare i servizi offerti sul territorio migliorandone la qualità» e che «diventerà lo strumento attraverso cui coordinare tutti i servizi offerti, in particolare ai malati cronici», inoltre il «potenziamento dei servizi domiciliari» per  «aumentare il volume delle prestazioni rese in assistenza domiciliare fino a prendere in carico, entro la metà del 2026, il 10 percento della popolazione di età superiore ai 65 anni»; si perverrà poi «all’introduzione di strumenti di domotica, telemedicina e telemonitoraggio».

Facendo una semplice analisi testuale di quanto sopra riportato, si comprende che, ad oggi, gli standard di cura sono stati soprattutto inadeguati, che non sono stati ancora delineati «standard (…) omogenei», quindi modelli uniformi  per l’assistenza territoriale, che esiste una «qualità» (valutata con indicatori opportuni?) dei servizi territoriali la quale deve essere migliorata, che la «Casa della Comunità» non sarà un luogo ma uno «strumento» di coordinamento di quei servizi (quali?) che verranno offerti soprattutto a persone con patologie croniche, che ci sarà un potenziamento dell’assistenza domiciliare come appannaggio però solo di una parte di popolazione e con età superiore ad anni sessantacinque; seguirà poi lo sviluppo di quel «formidabile mezzo» che è la telemedicina: ci viene detto che è qualcosa di eccezionale, ma la definizione contestuale e le modalità applicative non hanno qui effettiva descrizione, benché la parola “telemedicina” sia ripetuta molte volte nell’intero Piano.

Maffei (8.06.2021), sottolineando l’abuso del termine governance, dà spunto su riflessioni sul linguaggio del Piano; come non potrebbe già risultare di per sé inappropriato il sostantivo “resilienza” usato per dar definizione ad un progetto nazionale (e su predisposizione dell’Unione Europea) di trasformazioni essenzialmente economiche? “Resilienza” è un termine proprio della psicologia, atto ad evidenziare quella capacità individuale di ripresa personale e di adattamento (quindi propria del singolo): non trova pertinente collocazione per l’esplicitazione di un Piano di sviluppo, investimenti e riforme volti alla programmazione di un riassetto socio-economico del Paese. Oltre a questo, l’uso eccessivo di prestiti integrali dall’inglese (perché oltre a governance ve ne sono ben altri) avvilisce ulteriormente il lettore a cui viene impedito di comprendere il senso proprio di quanto esposto, poiché risulta essere di fatto impossibile pervenire ad un’equivalenza semantica.

Le “M 5/6” del PNRR appaiono quasi come la programmazione di un tempo di latenza tout court, partendo da una fase di inadeguatezza del presente per arrivare ad una successiva (ma non dettagliata) fase di progettazione; restano non svelati (o taciuti) i contenuti che vi sottostarebbero. Tra l’altro, si afferma che al personale sanitario saranno richieste ulteriori competenze e specializzazioni (seppur sempre indefinite) «tecniche, professionali, digitali e manageriali», come se la formazione e l’esperienza già assimilate fossero insufficienti per partecipare a quello che avrebbe potuto essere un progetto di implementazione finalizzato a promuovere soprattutto quelle facoltà già acquisite da ogni lavoratore coinvolto e che ha vissuto anchel’emergenza pandemica.

Questa tematica richiederebbe ulteriori riflessioni, soprattutto in relazione all’ormai ruolo non valorizzato degli infermieri ed a tutto ciò che questo implica: una categoria professionale che risulta esser ancora marginale, disconosciuta, impreparata, citata nel Piano a mala pena due volte, benché vi siano ampi capitoli (proprio le “M 5/6”) in cui si parla di sanità e di assistenza.

Non è dato sapere se, come si augura Maffei, saranno elaborati dei Piani «fatti meglio»; le premesse non sono però tra le migliori in quanto appare assente la volontà di apprezzare le competenze già possedute da chi opera nel sistema, i progetti restano prossimi all’astrazione, il linguaggio è ambiguo.

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