Legge 251/2000: «I pro sono tanti, ma…»

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Il punto di vista di Daniele Rodriguez, professore ordinario i.q. di medicina legale

Professione infermieristica alla luce della legge 251/2000. Ne abbiamo parlato con Daniele Rodriguez, professore ordinario i.q. di medicina legale, partecipante alla tavola rotonda di Opi Firenze-Pistoia su “La L.251/00, le realizzazioni e le innovazioni” in occasione della Giornata dell’Infermiere.

Come potrebbe migliorare la collaborazione tra medici e infermieri in equipe?

«Premetto che un’attività è migliorabile anche quando è già buona. E la collaborazione tra medici e infermieri in equipe è buona in molte situazioni. In riferimento alla domanda, si consideri che l’equipe è una situazione organizzativa che prevede l’intervento, in successione o in contemporanea, di professionalità diverse fra loro interagenti. È fondamentale che siano dichiarati obiettivi, metodi e attività e che gli stessi siano concordati e coordinati. Il coordinamento comporta cooperazione. Questa ha un presupposto ineludibile: che le informazioni circolino in maniera adeguata e corretta e che ciascun operatore venga posto nella condizione di agire al meglio secondo le proprie competenze, il che è possibile solo avendo tutte le informazioni necessarie. In sintesi: obiettivi dichiarati e concordati, riconoscimento delle specifiche competenze e informazioni reciproche chiare ed esaustive».

Legge 251/2000: quali sono i pro?

«Sottolineo in particolare il fatto che la legge 251 dichiarò il principio dell’autonomia delle professioni sanitarie. Si trattò di un riconoscimento esclusivamente giuridico, perché (nella sostanza e nella prassi) l’autonomia dei professionisti sanitari in genere e dell’infermiere in particolare esisteva già prima della legge 251, anche a prescindere dalla legge 42 dell’anno precedente (che riconosceva la responsabilità di detti professionisti) e dai profili professionali (che avevano soppiantato i mansionari). L’assistenza infermieristica e la relativa pianificazione sono connaturate alla professione e sono espressione di autonomia».

Dunque, il maggior pregio della 251 qual è stato?

«Sollecitare la riflessione sull’autonomia dei professionisti sanitari anche fra i medici. L’autonomia non va considerata in modo parziale, come indicante l’esistenza di un ambito proprio di esercizio professionale, da realizzare senza vincoli di subordinazione, operativa e decisionale, rispetto ad altri professionisti (l’ausiliarietà era stata abrogata dalla citata legge 42). Va piuttosto intesa più estensivamente come competenza nella realizzazione delle proprie specifiche funzioni professionali nell’integrazione con altri professionisti. Autonomia (dal greco antico: autòs nòmos) equivale a competenza nell’operare secondo le regole proprie della professione. E le regole professionali non contrastano certo con metodi di lavoro basati su partecipazione, condivisione e integrazione fra professionisti».

Cè anche qualche contro a suo avviso?

«Considero autonomia e competenza come sinonimi. Di conseguenza nella legge 251 avrebbe dovuto essere chiarito il tema della competenza, trattato nella legge 42 con una frase sibillina che fu interpretata in modo assai diverso. Le legge 251 avrebbe potuto facilitare l’individuazione delle “regole proprie” di ogni professione. Il sistema dei profili professionali non si era sviluppato negli anni precedenti in modo organico: i 22 singoli profili (elaborati separatamente in un arco di cinque anni) recavano (e recano) indicazioni strutturate disomogeneamente in relazione alle diverse professioni. È ben vero che l’applicazione dei profili professionali ricevette un rinnovato e significativo impulso, dovendo essere interpretati in modo diverso dopo la legge 251, poiché i vari disposti andavano riconsiderati alla luce del principio dell’autonomia. Però molte successive discussioni, compresa quella sulle cosiddette competenze avanzate, si sarebbero potute evitare se quella legge avesse anche promosso una revisione dei profili, sollecitando di modificarne il contenuto con una più chiara e sistematica identificazione delle competenze professionali, metodologie e degli obiettivi specifici».

Quanto conta fare ricerca nel processo di conquista dellautonomia di questa professione?

«Fin dal 1996 il Consiglio di Europa raccomandava l’implementazione della ricerca infermieristica nell’interesse della tutela della salute delle persone e delle comunità. Da allora, in Italia, si sono assunte solo limitate iniziative, comunque non supportate da una decisa scelta politica di investimenti volti a migliorare la qualità dell’assistenza attraverso la ricerca infermieristica. Essa è di fatto ancora coartata nelle istituzioni accademiche e sanitarie, dispone di limitate risorse umane in pochi centri di ricerca, irrisori finanziamenti e percorsi formativi (quali infermieri di ricerca) insufficienti. L’istituzione di cattedre universitarie in Infermieristica, comunque poco numerose, non è sufficiente per promuovere capillarmente la ricerca scientifica. Eppure, solo con l’applicazione del metodo scientifico è possibile procedere a studio e analisi delle questioni di specifico interesse per l’assistenza infermieristica.

Il riconoscimento giuridico dell’autonomia non basta a far sì che l’infermiere acquisisca coscienza autentica della sua autonomia. Il professionista, per garantire l’erogazione di servizi appropriati e qualità, necessita di competenze, strumenti e progettualità che scaturiscano da prove di efficacia maturate nella ricerca scientifica. In sintesi: le evidenze che scaturiscono dalla ricerca scientifica sono fondamentali per il riconoscimento sostanziale, nella operatività quotidiana, dell’autonomia».

 

 

 

 

 

 

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