Professione infermiera, il lato umano del lavoro in corsia

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Il percorso della neolaureata Valentina Ceni

Essere infermiere vuol dire svolgere una professione di enorme valore, soprattutto in un periodo delicato e complesso come quello che stiamo affrontando. Ma oltre al camice e alle visiere da indossare c’è molto di più. C’è il lato umano, quello degli sguardi che arrivano ai pazienti, ci sono le forti motivazioni che spingono anche ragazzi giovanissimi e neolaureati ad arrivare in corsia e prendersi cura del prossimo. Valentina ha 23 anni, a ottobre scorso è diventata ufficialmente un’infermiera e fra lo studio, la passione per il teatro e delle forti motivazioni, lavora in ospedale.

Perché un giovane sceglie di fare l’infermiere?

«In generale una persona non sceglie di fare l’infermiere per dire “faccio un lavoro”, c’è molto di più. Ho sempre avuto questa passione che mi ha spinto anche a fare anche volontariato. In più sono stata ricoverata per mesi nell’ospedale di Careggi a causa di una malattia genetica rara.  Durante il mio ricovero, vedevo i medici e gli infermieri che ci mettevano tanto amore e tanta cura in quello che facevano, nelle piccole cose che però hanno un grande significato.

In seguito, mi sono quindi avvicinata al settore. Così, dopo essermi diplomata all’istituto tecnico alberghiero ho fatto il test per entrare nella facoltà di Infermieristica e proprio mentre ero ricoverata ho avuto la notizia che ero stata ammessa. Oggi spero che i miei pazienti si sentano amati come mi sono sentita io, anche solo grazie a piccole attenzioni, come il semplice fermarsi a parlare. Il lato umano è molto importante ed è un peccato che in alcuni casi si perda un po’ l’umanità».

Quando hai iniziato a lavorare? E dove lavori ora?

«A ottobre ho iniziato a lavorare in una Rsa Covid e inizialmente è stato destabilizzante. Comunque stavo bene: in fin dei conti la mia missione era quella, quello era il mio lavoro. Ora lavoro a Torregalli in un reparto non Covid, in un ambiente diverso. Sto cercando di trovare la mia direzione per specializzarmi. A me affascina l’area emergenza, ma vorrei fare corsi di specializzazione su tanti aspetti diversi. Un infermiere deve essere come un attore: bravo a fare tutto».

Quali sono le problematiche che più spesso ti sei trovata ad affrontare nell’ultimo anno di università?

«Ho vissuto le lezioni a distanza meglio perché abitavo lontano. È mancato il contatto con i docenti… poi c’è stata la laurea fatta con un clima diverso, il tirocinio rimandato».

In cosa consisteva la tua tesi di laurea?

«La tesi si è svolta in ortogeriatria del Cto di careggi, un bel lavoro che doveva vedere 250 pazienti arruolati ma per il Covid abbiamo dovuto interrompere a marzo a 58 pazienti. È stato un lavoro di squadra insieme al mio relatore e correlatore e si basava sulla stima della prevalenza del delirium nel post operatorio a seguito della frattura del femore negli anziani. Speriamo di poter portare avanti lo studio nel prossimo futuro».

Quali invece i momenti migliori e più soddisfacenti nel tuo percorso fra studio, tirocinio e lavoro?

«Essere riuscita a portare il mio vissuto e a far superare momenti di difficoltà. E poi i legami instaurati in corsia. È bello vedere come con gli infermieri che hai conosciuto durante il tirocinio resti un bel rapporto, nonostante tu sia un’allieva. In generale quindi il lato umano. È bello poi quando un paziente ti ringrazia, quando ti sorride, quando si ricorda di te e ti dà fiducia».

Pensi che manchi qualcosa nel percorso di studi?

«Penso che sarebbe importante agevolare ancora di più la pratica, soprattutto nei primi due anni. Manca un po’ di affiancamento e tutoraggio in questo senso, che sarebbe invece utile a far capire allo studente se davvero sia la scelta giusta. E dal terzo anno forse più indicazioni sul percorso post laurea. Dovrebbe esserci una laurea magistrale specialistica specifica, con dei corsi che ti diano la garanzia di andare a lavorare in quel settore. Insieme alle indicazioni sulla tesi, una sorta di guida».

E ora cosa vuoi fare?

«Voglio sia coltivare la mia passione per il teatro che scegliere un ambito preciso in cui specializzarmi. Il mio obbiettivo è riuscire a incastrare le mie due passioni: il teatro e il lavoro in corsia».

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