Essere donna e medico nel 2020: intervista a Federica Zolfanelli

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«Stiamo assistendo a un massiccio ingresso delle donne in medicina. Oggi è donna il 41% dei medici». Lo afferma Federica Zolfanelli, già Direttore della Struttura Complessa Anatomia Patologica Asl 10 e ora Coordinatrice della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Medici-Chirurghi e Odontoiatri della Provincia di Firenze. Quindi la medicina sta diventando una professione al femminile? E questo cosa implica? È l’interrogativo a cui, in occasione della Festa della Donna, ha voluto dare risposta l’Ordine delle Professioni Infermieristiche interprovinciale Firenze Pistoia che, per tutto il mese di marzo, ha deciso di approfondire il tema con diverse donne protagoniste del mondo sanitario.

Dottoressa Zolfanelli, come dobbiamo leggere questo dato?

«La questione lascia spazio a diversi quesiti: le donne devono assumere atteggiamenti di tipo maschile come fino a ora abbiamo fatto? Oppure no? Il lavoro in sanità e la progressione di carriera si basano prevalentemente su due disponibilità, disponibilità di spazio e di tempo, che le donne non hanno e che sono caratteristiche del modello maschile. È lecito chiedersi: il tempo e lo spazio nella cura sono tutto? O c’è altro? Domande da porsi quando si affronta questo tipo di lavori perché le donne hanno ancora oggi maggiore esigenza di conciliazione tra vita e lavoro. E certamente questo problema nasce anche perché la società non è ancora strutturata per la donna che lavora. Dopo i 35 anni le donne tendono spesso a prendere pause dal lavoro per motivi vari, per lo più legati alla famiglia (un figlio, un anziano da accudire) e una volta uscite dalla tangente con difficoltà rientrano in un mondo così competitivo, anche perché le donne hanno meno ambizioni (e questo è un difetto?)».

Cosa significa essere donna e medico?

«Essere donna e medico significa curare in modo diverso. Fare diagnosi in modo diverso, ascoltare in modo diverso. Non per natura ma per cultura, per tradizione sociale e storica della civiltà: la cultura della donna è diversa, si è sviluppata in altro modo nei tempi. E la variabile dell’ascoltodel paziente ritengo sia fondamentale in una sanità moderna che è cambiata moltissimo e in cui spesso viene a mancare il rapporto con il paziente. Abbiamo a disposizione una tecnologia super avanzata, ma questa non deve far dimenticare l’importanza del rapporto umano. Le humanities sono state spesso abbandonate con l’avanzare della tecnologia ma ora sono richiamate come parte fondamentale del rapporto di cura. In questo, l’apporto delle donne può essere rilevante».

Le peculiarità femminili possono rappresentare un contributo importante per il mondo della sanità?

«Proprio per quanto detto, la presenza ed il contributo della donna medico si rivelano sempre più importanti. The Lancet, una delle più importanti riviste scientifiche al mondo, ha dedicato l’intero numero di febbraio 2019 al ruolo delle donne in medicina. Le caratteristiche delle donne medico avvantaggiano nel lavoro di cura per una diversa relazione, per costante rispetto della persona e, come detto, in sanità appaiono oggi   necessarie, da condividere e da trasferire alle giovani generazionied anche ai colleghi. La dimensione relazionale fa parte della cura. Dalla Letteratura Scientifica, anche se i lavori non sono molti, si rileva una più bassa mortalità in pazienti anziani curati da donne (JAMA, Internal Medicine,2019). Certamente il diverso rapporto con il paziente è importante in senso assoluto e ancor più nel periodo storico che stiamo vivendo. Una medicina così tecnologica con il tempo rischia di trasformarsi nell’oblio della relazione, i computer hanno sostituito alcune importanti colloqui che un tempo erano personalizzati, troppo spesso vengono a mancare le parole tra medico e paziente. Il racconto della sua storia, delle sue paure. Si rischia che il paziente possa diventare un numero».

Come mai oggi le donne medico sono tante?

«Oggi c’è meno timore ad affrontare un lavoro così impegnativo come quello del medico. Ci sono già le nostre madri che lo hanno affrontato e che ci hanno dato l’esempio. Ma è possibile che non sia un dato del tutto positivo. La mia perplessità nasce dal fatto che le donne fanno il loro ingresso nel momento in cui si viene a perdere l’autonomia della professione medica, come se si trattasse della ricerca di lavoro più “riparato”. Come se fare il medico rientrasse nel solco del volere il cosiddetto “lavoro sicuro”. Ogni tanto mi assale questo dubbio. Ma l’evidenza degli eventi dell’attuale epidemia di Covid 19 ci stanno dimostrando tutto il contrario. Sanitarie, e qui dico mediche ed infermiere (e non solo) di ogni età, sono in costante prima linea dimostrando di dare un contributo senza tempo e senza fatica, con coraggio ed abnegazione. Dobbiamo essere orgogliose di queste colleghe».

 

 

 

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