L’infermiere Lascialfari: «Felice di essere assunto ma il traguardo è diventare un dirigente per far crescere la professione»

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Un master in coordinamento conseguito all’Università di Siena, un contratto di assunzione recente e il grande sogno di diventare presto un dirigente della professione infermieristica. E’ la storia di Simone Lascialfari, 29 anni, infermiere della medicina interna b dell’ospedale San Giovanni di Dio a Firenze. Lo abbiamo intervistato in occasione della Giornata Internazionale dell’Infermiere in programma il 12 maggio.

Come è arrivato a ricoprire questo ruolo?

«Sono stato molto fortunato perché dopo aver frequentato il Corso di Laurea triennale infermieristica a Empoli ho partecipato al concorso per essere assunto in una struttura ospedaliera e l’ho vinto. Prima di entrare realmente in ospedale, però, ho svolto la libera professione in una Rsa di Bagno a Ripoli».

Come si svolge la sua giornata tipo?

«A seconda dei turni può iniziare alle 6,45 o alle 12,45. Durante il turno del mattino dopo aver ricevuto le consegne dai colleghi che effettuano il turno di notte, comincia il ‘giro letti’ e la consegna della colazione con la terapia a cui segue il briefing con i medici, eventuali prelievi e emogas e poi alle 12 c’è un nuovo ‘giro terapia’ per poi terminare con la comunicazione delle consegne a chi entra nel turno successivo. Nel pomeriggio, invece, c’è anche il rifacimento totale del carrello con medicinali, bicchieri, deflussori, aghi e siringhe e poi ci si concentra su dimissioni e nuove ammissioni di pazienti e sui giro terapia e letti alle ore 15 e alle ore 18».

Che tipo di lavoro è quello in corsia?

«E’ un tipo di lavoro relativamente tranquillo, raramente si verifica l’emergenza. C’è meno frenesia rispetto ai colleghi che lavorano nell’emergenza/urgenza ma c’è più attenzione al paziente. In alcuni casi, con coloro che restano in degenza per più giorni si riesce anche a creare una certa empatia, considerando però che la maggior parte dei pazienti con cui ho a che fare nel reparto dove lavoro sono per lo più ‘ grandi anziani’ e malati terminali».

Quanto è stata importante l’assunzione per lei?

«Molto importante. Rispetto al lavoro in Rsa, stare in un ospedale ti permette di acquisire tutte quelle nozioni teoriche e pratiche che nessuna università e nessun corso di formazione ti daranno mai. I miei primi 15 giorni al San Giovanni sono stati terribili anche a detta dei miei colleghi. Non avevo alcuna conoscenza per svolgere certe attività e mi sentivo un peso per i colleghi. Ma grazie al loro aiuto e allo spirito di squadra sono riuscito a colmare il mio gap formativo. L’università italiana infermieristica non è in grado di creare infermieri che appena usciti siano in grado di lavorare in una unità ospedaliera».

Cosa direbbe ad un giovane che si affaccia oggi alla professione?

«Gli direi di studiare tanto per capire se la parte clinica gli interessa realmente o se, come me, aspira a ruoli dirigenziali che ti permettano di introdurre novità che facciano fare passi in avanti alla nostra professione. Ma nessuno si illuda che sia tutto roseo: questa è una professione fatta di viaggi, spostamenti continui, concorsi e turni estenuanti. Per farla ci vuole passione vera, perché è una missione»

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